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Dare al pane delle ACLI di Roma il profumo di futuro

fasi congressuali (140)Relazione congressuale di Lidia Borzì al XXV Congresso delle ACLI di Roma, 

Roma, 12 marzo, 2016

Celebriamo il XXV Congresso delle ACLI di Roma al Santuario del Divino Amore in primo luogo perché è “il” santuario dei romani, e poi perché è un luogo particolarmente caro agli aclisti.

Nell’anno del Giubileo della Misericordia, è ancora più significativo essere qui, in quanto luogo che ospita la Porta Santa che Papa Francesco ha dedicato alle periferie geografiche e che questa sera varcheremo tutti insieme, al termine dei lavori congressuali, per rinnovare la nostra storica fedeltà alla Chiesa. “Stare nelle periferie” è una delle declinazioni della Misericordia che non ha solo una valenza confessionale per i credenti, ma universale per tutti gli uomini e le donne di buona volontà: l’attenzione al tema delle periferie geografiche ed esistenziali rappresenta una delle piste del nostro impegno, con il quale cerchiamo di rispondere all’invito che Papa Francesco ha fatto ai laici impegnati nel sociale di essere “in uscita”.

Il tema congressuale che abbiamo scelto, “Lavoro e solidarietà, per il cambiamento della Città Metropolitana di Roma Capitale”, si inserisce nel solco di quello Nazionale, ma con una forte attenzione al nostro territorio per riflettere sulla necessità di investire su Lavoro e Solidarietà e per affrontare al meglio la fortissima ventata di cambiamenti che stiamo attraversando.

Ci troviamo in un tempo storico caratterizzato da grandi mutamenti economici, politici e sociali.

Sono all’ordine del giorno tagli di risorse, esplosione di diseguaglianze sociali, crescita della disoccupazione, scarsa aspettativa nelle Istituzioni; una crisi che non è solo economica, ma morale, di legalità, di idee, di partecipazione e soprattutto di fiducia, una crisi che nella Capitale ha mostrato negli ultimi tempi tutte le sue sfaccettature.

Un momento assai difficile, questo, che ha ripercussioni sia all’esterno che all’interno del Sistema ACLI: pensiamo per esempio ai nostri Servizi che, se da una parte sono impegnati a trovare quotidianamente la chiave per rispondere ai crescenti e variegati bisogni, dall’altra sono costretti a fare i conti con tagli ormai non solo paventanti. A livello amministrativo, inoltre, abbiamo il nuovo assetto della Città Metropolitana di Roma Capitale, un cambiamento che i cittadini faticano ancora ad inquadrare e che impatta su tutti, anche sulla nostra associazione.

Tutti cambiamenti, questi, che vanno avanti a prescindere dalla nostra volontà.

Tuttavia, ricordiamo in questa occasione le parole del manager americano Jack Welch, che diceva: “Cambia se non vuoi essere costretto a farlo”: di fronte a questi scenari vi è la non più rinviabile necessità di dare una scossa, come  scelta obbligata per non essere travolti, e per essere attori di un cambiamento che non faccia paura. Un cambiamento che contribuisca a squarciare quella cortina grigia che incombe in particolare sulla capitale per far emergere quanto di buono e di bello c’è nella nostra Roma, un tessuto sociale e civile, fatto di tante associazioni e organizzazioni che, con il proprio lavoro, spesso lontano dai riflettori, rappresentano il telaio che tesse quotidianamente coesione sociale.

Questo è anche il senso dell’immagine grafica che abbiamo scelto per il nostro Congresso.

Per contribuire a far questo dobbiamo ripartire dal recupero della nostra identità. La funzione delle ACLI infatti è la ragione stessa della sua esistenza: ovvero l’azione educativa e sociale capace di sviluppare una rinnovata partecipazione e rispondere ai crescenti bisogni.

Per questo, in quanto laici impegnati nel sociale, siamo convinti che Lavoro e Solidarietà siano i vettori capaci di veicolare un cambiamento buono, portatore di speranza.

Un cambiamento concreto che emerge dalla cornice delle ACLI di Roma, un’associazione attiva che non agisce in modo autoreferenziale, ma in rete con gli altri attori del territorio. La rete rappresenta uno degli elementi di forza del  mandato che si conclude, durante il quale è stato fatto un grande investimento sullo sviluppo di molteplici sinergie, che sono molto di più della mera sommatoria tra le parti. Abbiamo investito molto sulla rete, con i Municipi, gli enti più prossimi ai cittadini, con le associazioni laicali ed ecclesiali, con cui abbiamo radici comuni, e con le altre organizzazioni con cui gli ancoraggi valoriali differenti sono diventati valore aggiunto.

Arriviamo a questo Congresso forti di un capillare percorso di ascolto iniziato più di un anno fa e condiviso con dirigenti, soci e volontari, attraverso le fruttuose esperienze delle Piazze d’incontro. Le piazze sono state occasioni di formazione che hanno coinvolto gli operatori dei Servizi, i Presidenti e i responsabili delle strutture di base e delle Associazioni Specifiche, i volontari e collaboratori, per interrogarsi insieme sul senso dei cambiamenti e su come affrontarli al meglio. Queste occasioni hanno rafforzato la nostra identità e rilanciato le potenzialità dell’intero Sistema valorizzandone le possibili interazioni, secondo il principio dell’osmosi.

Un percorso di ascolto è proseguito e ha avuto il suo picco con le numerose assemblee delle strutture di base, sempre molto partecipate, dalle quali sono emersi contributi stimolanti che dimostrano la vitalità della nostra base.

Ma il nostro lavoro di ascolto è soprattutto quotidiano: stranieri, famiglie, anziani, e giovani che incontriamo ogni giorno. Un Sistema, il nostro, che associa circa 40 mila persone e ne accoglie ogni anno oltre 80 mila, di cui 10 mila immigrati, attraverso i Servizi di Patronato, assistenza fiscale, gli sportelli lavoro, e attraverso i Circoli e i Nuclei e i Punto Famiglia, radicati sul territorio, i progetti e le numerose iniziative sociali.

Un vero e proprio osservatorio non di soli numeri, ma di persone, di storie, spesso di lacrime, di disperazione, e di difficoltà. A questo reagiamo coniugando azioni che fanno fronte all’emergenza, esigibilità dei diritti, politiche attive, proposte di aggregazione, con una funzione politica di rappresentanza e proposta.

Sempre nel solco dell’ascolto si inserisce una delle iniziative più fresche che abbiamo fatto recentemente: “100 GiovanixRoma”. Si tratta di un laboratorio educativo volto a favorire la partecipazione e la responsabilità civica delle giovani generazioni, che ha coinvolto tutti i giovani attualmente in Servizio Civile e volontari alle ACLI di Roma.

Un’occasione anche per elaborare le loro proposte per le ACLI e per la Città. Abbiamo fortemente voluto questa iniziativa perché crediamo che questi momenti siano utili a sviluppare gli anticorpi necessari a contrastare antipolitica e astensionismo, due grandi ferite della democrazia.

L’ascolto e la partecipazione sono infatti il presupposto del protagonismo e della buona politica.

Il protagonismo di tutto il Sistema era uno degli obiettivi delle linee programmatiche alla base di questo mandato, che aveva individuato 7 priorità:

1.   Attenzione al Lavoro e ai Lavoratori è stato ed è il perno dell’azione delle ACLI di Roma: dalle iniziative pensate per recuperarne il valore educativo ed identitario, alla tutela dei nostri operatori nei momenti di difficoltà, alle iniziative di promozione e formazione nel settore del lavoro di cura.

2.    Centralità dei Circoli e Nuclei, che rappresentano le sentinelle del territorio, affiancati e sostenuti in tanti progetti e iniziative, attenti alle rinnovate esigenze di aggregazione sociale.

3.   Trasparenza: abbiamo mantenuto l’impegno assunto di trasformare le ACLI di Roma in una casa di vetro in cui tutti i processi sono tracciabili.

4.   Dialogo intergenerazionale: uno dei fiori all’occhiello delle buone pratiche che stiamo sperimentando, anche attraverso numerosi progetti che coinvolgono volontari “over” e “under”.

5.   Servizi: uno dei risultati più importanti che abbiamo ottenuto consiste nello sviluppo di un circolo virtuoso tra servizi e movimento in cui le due parti si alimentano a vicenda avendo sempre chiaro che i Servizi sono gli strumenti e non il fine.

6.   Autonomia dialogante: forti della nostra autonomia ci siamo posti in dialogo costruttivo con le Istituzioni, la Società Civile e la Chiesa al fine di rendere la nostra azione sociale più efficace non tirandoci mai indietro ogni volta che abbiamo avuto la possibilità di essere pungolo, anche sui temi caldi per la città: dalle rivolte nelle periferie, all’iniziativa Antimafia capitale e tanto altro ancora.

7.   Vita Cristiana: è il sale che dà sapore alla nostra azione, priorità costitutiva trasversale a tutti gli ambiti di impegno. Tra i momenti più belli vogliamo ricordare la consegna della tessera di socio onorario a Papa Francesco, il nostro amato Vescovo, che ha rivoluzionato le nostre priorità, affidandoci la lotta alla povertà come ulteriore fedeltà, in occasione dell’udienza che ha concesso alle ACLI per il 70° anniversario lo scorso maggio.

Il primo focus del nostro Congresso rimane il lavoro.

Per introdurlo partiamo dall’etimologia latina del termine che viene da labor, che significa fatica. Ricordiamo che il verbo viene anche dal greco lambano, che ha la stessa radice, ma esprime l’idea di afferrare, prendere, ottenere. Quindi, è insito nella stessa etimologia della parola che il lavoro è un’attività faticosa volta ad ottenere i risultati che la persona si prefigge. Il lavoro, quindi, rappresenta la più importante risorsa di realizzazione personale e l’attività più rilevante che l’individuo svolge nella e per la società.

Ma non sempre va come vorremmo: oggi il lavoro è addirittura considerato l’ottava opera di misericordia, di cui c’è tanto bisogno. Quando parliamo di afflitti da consolare, il pensiero è rivolto:

ai giovani, in particolare ai volontari di Servizio Civile, fiduciosi che questo servizio possa rappresentare la porta di accesso al mondo del lavoro;

ai Lavoratori dei nostri Nuclei, ad esempio Cotral-Atac, Acea, Dipendenti Comunali Roma, troppo spesso nel mirino, e su cui si tenta di scaricare responsabilità, frutto di inefficienze stratificate;

agli operatori, che lavorano nei nostri Patronato e Caf, ai quali chiediamo tanto, consapevoli di quanto sia prezioso il loro lavoro. Come possono sentirsi quando vengono prese drastiche decisioni inerenti tagli dei Servizi che offrono, decisioni che possono avere ripercussioni anche sui loro livelli occupazionali?

ai tanti immigrati con un lavoro precario o sottopagato o peggio in nero, senza diritti e tutele che li rendano cittadini;

alle mamme che lavorano, alla loro vita in cui le gioie della famiglia sono sopraffatte dalla fatica di stare dietro a tutto, alle discriminazioni che subiscono sul lavoro per il fatto di essere mamme, o alle giovani donne che per accedere al lavoro sono ancora costrette a firmare le dimissioni in bianco;

ai lavoratori poveri (working poor), una contraddizione in termini eppure oramai tanto diffusi e a quelli che il lavoro non l’hanno mai avuto, a chi l’ha perso, e per questo non si sente degno di vivere, ai Neet, i giovani che non sono  impegnati nello studio, né nel lavoro e né nella formazione: oltre 160 mila soli a Roma.

Da qui la necessità di una svolta anche culturale e valoriale sul lavoro. Ne hanno bisogno tutti!

Ed è per questo importante riportare l’attenzione anche sul valore del lavoro quale virtù, capace di far crescere la persona e la comunità; per i credenti, il faro di riferimento è la Dottrina Sociale della Chiesa. Il lavoro dignitoso è una porta di accesso ad una piena cittadinanza fatta di diritti e di doveri.

Senza lavoro non c’è dignità, e senza lavoro, non si è solo poveri, ma impoveriti, privati della possibilità di guardare al futuro.

Ecco perché il cambiamento scaturisce dal lavoro decente.

La centralità del lavoro, dei lavoratori e delle lavoratrici è il pilastro per costruire una comunità più umana, più equa, più sostenibile. È necessario, a tal proposito, riaffermare gli irrinunciabili diritti sociali connessi al lavoro, che non possono essere liquidati o considerati una variabile dell’economia di mercato, ma che vanno declinati come diritti umani fondamentali.

Il ruolo delle ACLI, come ha detto il sociologo De Rita in vista del Congresso Nazionale, è quello di contribuire a formare una nuova cultura collettiva del lavoro per rispondere all’iper-individualizzazione, per cui non esistono più i lavoratori, ma solo “l’io lavoro”.

Concretamente questo si traduce ad esempio nel nostro progetto “Job to go, il lavoro svolta!”, che stiamo realizzando insieme alla CISL di Roma e Rieti, in un positivo esempio di rete che unisce in maniera complementare le competenze di un grande sindacato e quelle di un’associazione di promozione sociale, con radici comuni.

Si tratta di un itinerario di educazione, orientamento e in-formazione al lavoro, attraverso la condivisione di strumenti concreti e buone pratiche, rivolto ai giovani che spesso non sanno come accedere alle opportunità per esempio: Garanzia Giovani, l’alternanza scuola lavoro, i tirocinii all’estero, il co-working e tanto altro ancora. Ma “Job to go” vuole soprattutto contribuire, attraverso la condivisione di strumenti concreti e buone pratiche, a ridare senso al lavoro a partire dal suo aspetto valoriale. Nell’ambito di “Job to go”, stiamo anche somministrando un apposito questionario a mille giovani, per conoscere le loro percezioni sul lavoro, i cui risultati saranno presentati a maggio, sempre insieme alla CISL di Roma e di Rieti.

Sulla scia di questo progetto, una delle proposte che lanciamo da questo Congresso è un’Alleanza per il lavoro, mutuando il modello dell’Alleanza per la povertà promosso dalle ACLI insieme alle parti sociali alle istituzioni e alle più importanti organizzazioni sociali. Un Patto tra tutti soggetti sociali interessati a: educare al lavoro, contrastare la disoccupazione e promuovere il lavoro decente; i sindacati, organizzazioni come le ACLI, imprese, Istituzioni locali, Scuola, Università, le parrocchie, ciascuno facendo la propria parte per dare vita ad una vera e propria comunità educante.

Accanto al lavoro, la solidarietà.

Essere solidali non significa solo essere generosi verso i poveri e i sofferenti. La parola solidarietà viene dal latino ‘in solido’, una figura giuridica del diritto romano, secondo cui ognuno è responsabile del gruppo e della famiglia a cui si appartiene. La solidarietà è il sostegno reciproco, una coesione che si esprime innanzitutto nella mutua assistenza, in una fratellanza che scaturisce dalla coscienza di far parte di un unico grande corpo sociale.

Quando non ci curiamo di qualcuno che sta male o è in difficoltà si crea una ferita: una sola, sembra una cosa da nulla.

Ma di ferita in ferita il corpo si indebolisce, fino a diventare fragilissimo. L’aiuto reciproco, quindi, è la cura della comunità in cui viviamo, il venirsi incontro nella condivisione di un destino comune, in cui nessuno dovrebbe essere lasciato indietro o dimenticato.

Da queste ferite scaturiscono le diverse emergenze sociali, il frammentarsi dei bisogni e le crisi, che possono portare allo smarrimento del senso della custodia, della responsabilità per l’altro, della gratuità.

Ne discende un tessuto sociale che corre il rischio di sfilacciarsi sempre di più e città che non sono più comunità fondate sulle relazioni, ma solo luoghi dove abitare e lavorare, depredate dalla cultura dello scarto.

Il cambiamento a cui tendere, allora, deve rimettere al centro il valore della custodia dell’altro, occorre reinventarci forme nuove di relazioni, a partire da quelle per e con le persone più fragili, perché non può essere il mercato a custodire le nostre relazioni primarie.

C’è bisogno, se vogliamo salvarci, di una rivoluzione nella cultura della cura, che muova ciascuno a prendersi cura delle proprie comunità e dei propri luoghi, come ricorda la filosofa Jennifer Nedelsky. Senza una reale svolta collettiva nella cultura della cura, in rapporto alla cultura del lavoro, vengono sostanzialmente negate la democrazia e l’uguaglianza tra le persone.

Un esempio tangibile è dato dal 4% della popolazione che a Roma vive in condizioni di povertà assoluta e dalle 200 mila persone che vivono sotto la soglia di povertà relativa. Sono 7 mila i senza fissa dimora che dormono all’aperto ogni notte. Il 7% che mangia in maniera adeguata solo ogni due giorni. E sono 30 mila i bambini in povertà assoluta. A fronte di questi numeri sconvolgenti, stride lo spreco ogni giorno di 20 tonnellate di pane, solo per fare un esempio. È questo il paradosso dell’abbondanza: il cibo, c’è per tutti, ma non tutti ne hanno accesso! Una parte della città usa con disinvoltura la pattumiera e una parte scava nei cassonetti.

E’ pertanto non rinviabile il coinvolgimento di tutti per cancellare la macchia della povertà dalla Capitale del Paese.

Al contrasto delle povertà stiamo dedicando una delle nostre buone pratiche: il progetto “Il pane A Chi Serve”, che tra i suoi obiettivi: ridurre lo spreco, contrastare le povertà, educare al recupero e costruire legami solidali nella comunità, grazie al contributo della Fondazione Cattolica Assicurazioni è giunto alla seconda edizione, “il pane A Chi Serve 2.0”, con un potenziamento di strumenti e processi ed un ampliamento, sia a livello territoriale (coinvolgendo più municipi) sia a livello di gamma di alimenti da recuperare.

Anche questo come “Job to go” è un progetto che deve la sua forza al funzionamento della rete, una rete costruita dal basso, tra associazioni, esercenti e con la collaborazione dei Municipi (al momento I, III, IV, VIII, XII). Si tratta di un progetto che “aiuta chi aiuta”, un vero moltiplicatore di solidarietà in quanto non ci sostituiamo alle realtà solidali che sostengono gli indigenti, ma le affianchiamo creando valore aggiunto.

Con un risultato importante – il recupero di oltre 40mila kili di pane invenduto nell’ultimo anno che hanno accompagnato oltre 385 mila pasti nelle mense per gli indigenti della città – a costo quasi zero, grazie alla fantasia della carità e ai tanti volontari che hanno sposato l’iniziativa. E’ pertanto non rinviabile il coinvolgimento di tutti per contribuire a cancellare la macchia della povertà nella Capitale del Paese.

“Il pane, un alimento semplice, ma non un semplice alimento”, è lo slogan che ci insegna che bastano pochi ingredienti per far lievitare una cosa buona, e la rete è un eccellente lievito. Da questo discende la nostra proposta sul tema della solidarietà ovvero la creazione di un albo cittadino delle buone pratiche sociali in base alle eccellenze e peculiarità di ciascuna organizzazione al fine di evitare sovrapposizioni e favorire la complementarietà della rete.

La Cabina di regia va affidata alle Istituzioni alle quali non chiediamo solo risorse economiche, sempre più esigue, ma il superamento della logica dei compartimenti stagni con un sostegno che trasformi iniziative che rischiano di essere spot e frammentate, in politiche sistemiche, di ampio respiro. Ci vuole un cambiamento copernicano perché il sociale non può essere relegato a una politica marginale, ma deve diventare la dimensione stessa della buona politica.

Le politiche sociali devono essere considerate politiche di sviluppo trasversali, crocevia di tutte le altre politiche, economiche, urbanistiche, educative. La garanzia dei servizi alla persona, deve essere considerata un investimento e non un costo per la comunità.

Le ACLI di Roma intendono contribuire al cambiamento continuando ad essere nei crocevia esistenziali, da una parte facendosi carico delle fragilità che incontrano, dall’altra rilanciando un percorso condiviso, di confronto democratico e di attenzione ai veri bisogni dei cittadini, come protagonisti attivi della società. Questo significa contribuire alla costruzione di un Welfare promozionale dal basso, che deve essere generativo, comunitario e partecipativo, in una parola, attivo.

Un modello di Welfare incentrato su politiche integrate e interdipendenti, scevro dalle logiche dell’emergenza e dell’assistenzialismo, un Welfare che “non faccia parti uguali tra diseguali” (Don Milani).

Il senso di tutto questo è ben racchiuso in una metafora molto significativa di Bauman: «Quando un impianto elettrico si sovraccarica, il primo elemento a saltare è il fusibile, l’elemento meno resistente del circuito, ma indispensabile, perchè quando la corrente supera il livello di guardia, il fusibile interviene per salvare il resto dell’impianto. Quando il fusibile salta, l’intero impianto smette di funzionare».

Applicando questa metafora alla società, il fusibile, la parte più debole della struttura, ma la più importante perché decisiva per l’esistenza dell’intero sistema, è quella di cui si occupano ogni giorno anche le ACLI, quella costantemente esposta a danni collaterali, quella destinata ad ampliarsi sempre di più a causa della crisi poliedrica in cui siamo caduti negli ultimi anni.

Il fusibile è la famiglia che non arriva alla terza settimana del mese con lo stipendio, il papà separato costretto a dormire in macchina, l’anziano che va avanti a pane e latte aspettando la misera pensione, il familiare che si ritrova ad accudire un congiunto malato o disabile; è la mamma che non sa come conciliare famiglia e lavoro; il giovane che un lavoro non ce l’ha, l’adulto che il lavoro lo ha perduto, l’immigrato in cerca di integrazione, il rifugiato in fuga dalla guerra.

Cosa ci rimarrebbe senza questi “fusibili”? Cosa succederebbe ad una società che non è in grado di salvaguardarli?

Questo è il cuore del compito di tutela della rete sociale di cui le ACLI sono uno snodo, far sì che questi fusibili non saltino, anzi siano ben protetti da rischiosi corto circuiti.

E sono due le chiavi per assolverlo: garantire un lavoro dignitoso per tutti e una comunità solidale, capace di farsi carico delle fragilità di tutti.

Lavoro e solidarietà sono quindi i due vettori del cambiamento buono che veicolano coesione, partecipazione, cittadinanza, responsabilità e sussidiarietà.

Sono senza dubbio questi i cardini sui quali poggia il benessere di una comunità impegnata a costruire un futuro credibile. Questi anche i riferimenti che, insieme all’attualizzazione delle nostre fedeltà al Lavoro, alla Chiesa e alla Democrazia, al Futuro e ai poveri, devono ispirare le linee guida per i prossimi 4 anni.

Bisogna ripartire dalla tessitura di relazioni buone, dalla ricostruzione dei legami, dalla rigenerazione del territorio, inteso come spazio di significati condivisi, di solidarietà vissuta, di reciprocità, per superare l’individualismo e l’indifferenza dilagante e ricostruire il senso di comunità, facendo sentire parte della stessa città tanto chi vive in periferia quanto chi vive al centro.

È così che le ACLI di Roma vogliono continuare ad operare, per tendere a un nuovo umanesimo della concretezza capace di quella postura relazionale, aperta, dinamica, affettiva, generativa, verso cui ci sospinge continuamente Papa Francesco, per rimanere attaccati alla realtà particolare senza perdere la prospettiva dell’universale.

Solo una grande stagione di innovazione istituzionale e sociale potrà riattivare quelle energie umane e spirituali di cui la Città Metropolitana di Roma Capitale ha bisogno, per superare questo momento critico. Per questo cogliere la sfida del cambiamento è una scelta obbligata!

Allora, in conclusione, il mio invito è a lasciarci contagiare da quel cambiamento capace di mettere in moto un processo generativo foriero di bellezza e speranza.

Insieme, siamo pronti a contribuire a questo cambiamento!

Siamo pronti a contribuire alla rinascita morale e sociale della Città Eterna!

Siamo pronti a contribuire a sollevare la cortina grigia e ridare bellezza e speranza al nostro territorio!

Siamo pronti a far lievitare il nostro impegno in favore dei più fragili: “Per dare al Pane delle ACLI di Roma, il profumo di Futuro”.

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