Ci sono parole che non si limitano ad accompagnare un evento, ma ne custodiscono il senso più profondo. Parole che arrivano come un incoraggiamento, ma anche come una responsabilità. Nelle ultime tre edizioni del LaborDì, le ACLI di Roma hanno ricevuto un dono prezioso: i messaggi con cui prima Papa Francesco e poi Papa Leone XIV hanno voluto far sentire tutta la loro attenzione, la loro vicinanza e il loro sguardo sul tema del lavoro, dei giovani e del futuro.
A leggerli, nelle precedenti edizioni che si sono svolte presso l’Auditorium della Tecnica, è stato il cardinale Baldassarre Reina, Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma. Un momento sempre intenso, accolto dai giovani con ovazioni da stadio. Queste riflessioni, dedicate proprio a loro, sono state e restano dei veri e propri manifesti per il lavoro dignitoso. Hanno toccato temi centrali: la dignità della persona, la precarietà lavorativa, il lavoro mercificato che umilia e aliena, la necessità di non ridurre i giovani a numeri, competenze o prestazioni. Sono delle mappe da seguire per leggere il presente e costruire il futuro del lavoro.
Costruire cantieri di speranza
Nel primo messaggio inviato al LaborDì, Papa Francesco ha scelto un’immagine potente e concreta: quella del cantiere. Un cantiere è un luogo vivo, dinamico, in cui si costruisce qualcosa che ancora non si vede del tutto, ma che già prende forma. È lo spazio del futuro. Eppure, ha ricordato il Papa, il mondo del lavoro oggi assomiglia spesso a un cantiere attraversato da “un vuoto che fa paura” e da “corse febbrili”.
Il vuoto è quello lasciato dal lavoro che manca, dal lavoro che non arriva, dal lavoro che non permette di progettare la vita. È il vuoto che tanti giovani incontrano quando si trovano davanti a “contratti a termine, lavori così brevi che impediscono di progettare la vita, bassi redditi e basse tutele”, che “sembrano i muri di un labirinto dal quale non si riesce a trovare via d’uscita”. Papa Francesco ha richiamato l’attenzione anche sul “lavoro che schiaccia”, dominato da “un sovraccarico di stress dato da corse febbrili”, in cui “il tempo sembra non bastare mai e gli imperativi della produttività diventano sempre più esigenti e travolgenti”. Un lavoro che rischia di diventare merce e di perdere il suo volto umano.
Eppure, proprio dentro questo scenario, il Papa ha consegnato ai giovani una parola che fa tutta la differenza del mondo: speranza. Non una speranza astratta, non un ottimismo ingenuo, ma una fiducia concreta, da costruire insieme. “Il lavoro, dunque, è protagonista di speranza, è la via maestra per sentirsi attivi nel bene in quanto servitori della comunità”, ha ricordato Papa Francesco, aggiungendo che “occuparsi degli altri è il miglior modo per non preoccuparsi di cose inutili”.
Da qui l’invito ad aprire “cantieri di speranza” e “cantieri di sogni”, capaci di permettere ai giovani di abbracciare la bellezza di un lavoro dignitoso. Un invito che parla direttamente al cuore del LaborDì: creare “connessioni durature” tra chiesa, istituzioni, imprese, scuola e terzo settore. Non cammini isolati, non tifoserie contrapposte, ma alleanze concrete. Perché, come ha scritto Papa Francesco, occorre “pensare e progettare insieme il lavoro, senza contrapposizioni ideologiche e isolamenti sterili: non la logica delle tifoserie, ma quella della collaborazione porterà frutto”.
Custodire il cuore
Nel secondo messaggio, Papa Francesco ha consegnato ai giovani del LaborDì l’immagine del cuore. Dopo il luogo in cui si costruisce, il luogo in cui si decide chi vogliamo essere. Il Papa ha ricordato che il cuore non appartiene solo alla sfera degli affetti, dell’amore o dell’amicizia. Il cuore entra anche nel lavoro. Batte nel tempo dello studio, della formazione, della scelta, del primo colloquio, delle paure e delle attese. È il luogo delle aspirazioni, dei sogni e delle domande più vere.
E “quando il lavoro è organizzato senza cuore è in pericolo la dignità umana di chi lavora, di chi non trova lavoro, o di chi è costretto ad accettare un lavoro indegno”. Per questo, ha esortato i giovani che si affacciano al mondo del lavoro a non piegarsi “a richieste che umiliano e procurano disagio, a modi di procedere e a pretese che sporchino la genuinità”. È un passaggio che parla con forza al nostro tempo. In un mondo che misura tutto in termini di efficienza, performance e risultati, il Papa ha ricordato che il saper fare non basta. Le competenze sono fondamentali, ma non possono sostituire l’intelligenza del cuore: la capacità di ascoltare, di immaginare, di creare, di riconoscere le ragioni degli altri, di costruire legami.
Il cuore, ha scritto Papa Francesco, “a volte può spaventare e si può fingere di non sentirlo, ma rimane nostro, inviolabile. Possiamo sempre farvi ritorno. E lì, se avete il dono della fede, sapete che Dio vi aspetta con infinita pazienza”. E infine ha lasciato ai giovani una frase semplice e bellissima, da custodire come un tesoro: “Siamo pezzi unici. Aiutiamoci a vicenda a ricordarcelo”.
Parole che valgono per ogni giovane che si prepara a entrare nel mondo del lavoro, ma anche per ogni lavoratore, per ogni impresa, per ogni istituzione, perché nessuna persona può essere ridotta a una funzione, a una mansione, a un contratto, a una voce di bilancio. Ogni persona è unica. E il lavoro è dignitoso solo quando questa unicità viene riconosciuta, rispettata e valorizzata.
Il telegramma di Papa Leone XIV
Nell’ultima edizione del LaborDì è arrivata la voce di Papa Leone XIV, attraverso un telegramma del cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, letto dal cardinale vicario della Diocesi di Roma, Baldassarre Reina. Le sue parole hanno rappresentato un nuovo incoraggiamento per il cammino avviato dalle ACLI di Roma. Il Santo Padre ha espresso apprezzamento per un’iniziativa capace di favorire l’inserimento delle giovani generazioni nel mondo del lavoro e ha richiamato la necessità di costruire percorsi nei quali i giovani possano essere protagonisti della propria vita ed esprimere pienamente i loro talenti.
Nel telegramma è emerso un messaggio molto chiaro: il lavoro non è soltanto un mezzo necessario di sostentamento, è anche “luogo in cui la persona scopre la propria vocazione, cresce nella responsabilità e contribuisce al Bene Comune”. Per questo, accanto alle competenze tecniche, è necessario “investire nei valori umani, la creatività, solidarietà e mutua cooperazione”.

