Arriviamo a Corviale verso le 15. C’è il sole e questa è sempre una buona notizia. Parcheggiamo il camper nello spiazzo della Parrocchia di San Paolo della Croce, che è anche casa del Circolo ACLI Mons. Valerio Di Nardo ACLI.
Apriamo il rool up del progetto Caro Corviale, un gesto semplice, quasi rituale. Dentro il camper prende forma la nosta piccola base operativa. Il pc, la connessione internet che regge. “Daje”. Giulia, la nostra responsabile di progetto, prepara lo sportello di accoglienza, come si fa con la stanza degli ospiti. Dall’altra parte dello spiazzale, c’è ne è un altro di furgone. E’ quello della nostra Buona Pratica di recupero delle eccedenze alimentari “Il cibo che serve”. Sara, operatice, e Fabrizio, il nostro volontario, lo sistemano. Dentro, ordinate come le caselle del Tetris, ci sono i pacchi di generi alimentari. Non è solo una questione di logistica, ma un gesto concreto che presto, molto preso diventerà relazione e legame. Una forma di cura.
Poi iniziano ad arrivare le persone.
Arrivano da sole, a gruppi. Anziani, giovani, famiglie, uomini e donne di mezza età. Ognuno porta con sé la propria storia. Storie che si avvicinano piano piano, come se chiedessero il permesso. Storie che arrivano dritte al punto, scagliate come frecce. Ma qui non si schiva nulla. Giulia le accoglie tutte nello sportello e questo significa ascoltare, superando i sensi unici delle interpretazioni. Significa per un quarto d’ora abitare le parole degli altri.
Ogni storia è unica. C’è chi parla del lavoro che manca, delle difficoltà economiche. Chi suda sette camicie con i figli. Chi ha problemi con la lingua. chi non riesce a districarsi tra diritti e tutele che sulla carta esistono, ma poi vattela a pesca. Chi forse cerca “solo” del tempo condiviso.
Ognuna di queste storia merita una prima risposta che non ha la presunzione di risolvere in un lampo tutto, ma di orientare, quello sì. Di indicare una possibile strada, una direzione su cui iniziare a camminare insieme. Di disegnare una piccola meta, magari sfuocata, ma che per il solo fatto di essere immaginata restituisce un po’ di tranquillità.
Mentre le storie nello spotello continuano a intrecciarsi, ognuno arriva all’altro di furgoncino per la consegna dei pacchi viveri. Quì si va un po’ di fretta perché “tra poco mia figlia torna da scuola”, ma uno spazietto di tempo per fermarsi si trova sempre. Una battuta. Una chiacchiera veloce. Un “oh ma poi come è andata quella visita?”. Le firme sui fogli di consegna vanno spedite. Sono un passaggio necessario, ma non centrale. Quello che resta davvero sono gli sguardi, le mani che si incontrano e gli abbracci che prendono forma in un baleno. Sono segno di gratitudine sì, ma forse anche di una familiarità che cresce. Incontro dopo incontro.
“Oh ci vediamo la prossima settimana!”.












