Niente sarà più come prima

di Lidia Borzì

Niente sarà più come prima”: quante volte abbiamo sentito – e magari anche detto – questa frase negli ultimi due mesi. Al di là della retorica, purtroppo, queste parole hanno il peso di una sentenza irrevocabile soprattutto per il mondo del lavoro e, alla vigilia del 1 maggio, come Associazione che ha il lavoro nel DNA, sentiamo l’esigenza di una riflessione su questo tema, evidenziandone le criticità, ma anche cercando di coglierne gli aspetti positivi.

Niente sarà più come prima perché dopo l’emergenza sanitaria, in fase calante (ma non per questo bisogna abbassare la guardia), bussa già con insistenza alle nostre porte una grave crisi economica e del mercato del lavoro che sta avendo un enorme impatto sulle persone su scala mondiale.

Secondo stime preliminari dell’O.I.L. (Organizzazione Internazionale del Lavoro) la crisi economica e del lavoro causata dal COVID-19 potrebbe accrescere la disoccupazione nel mondo di quasi 25 milioni.

In Italia ad oggi abbiamo oltre 11 milioni di lavoratori in cassa integrazione o con indennità una tantum e per molti di loro c’è il forte rischio che questa sia l’anticamera della disoccupazione, andando a incrementare la massiccia schiera di disoccupati che già abbiamo nel nostro Paese.

Ma in una situazione ancora peggiore ci sono quelli che non rientrano nelle misure di sostegno previste dal “Cura Italia”, ovvero i lavoratori con tipologie contrattuali con basse tutele e bassi salari, che la crisi del coronavirus ha fatto semplicemente emergere, ma che già prima rappresentavano una problematicità del mercato del lavoro in Italia: i precari, le partite iva, gli stagionali in particolare nel settore dello spettacolo, dello sport e del turismo (ad esempio, è stato stimato che solo Roma nel 2020 perderà il 42, 5% di visitatori), centrali nell’economia italiana.

Pensiamo anche a quante saracinesche resteranno abbassate, a chi non riuscirà ad adeguarsi alle misure di prevenzione imposte (che richiedono investimenti economici immediati sulle spalle dei datori di lavoro a fronte di un possibile parziale recupero con le misure del “Cura Italia”), ai piccoli artigiani, ma anche agli assistenti familiari, a chi faceva i cosiddetti “lavoretti”, a chi lavorava a giornata o peggio ancora, in nero, situazione tanto deprecabile quanto innegabile. Insomma, a tutti quei lavoratori che prima dell’emergenza sanitaria galleggiavano annaspando e che invece, adesso, rischiano di andare a fondo non avendo proprio niente da festeggiare il 1 maggio.

La Capitale è specchio del Paese e fanno riflettere le considerazioni della Camera di Commercio di Roma che ha lanciato un forte campanello di allarme prevendendo un crollo del 10% del Pil capitolino a causa della crisi a cui andranno incontro le aziende romane: 100mila imprese che rischiano di non riprendere l’attività.

Un effetto devastante tanto sull’economia sempre più a picco, quanto, di conseguenza, sul welfare, con nuovi poveri che si sommano alle persone in disagio estremo permanente, perché lo stesso sistema di welfare non è mai stato appropriato come denunciamo da tempo. Un sistema di welfare, infatti, a groviera, che lascia scoperte grandi fasce di bisogni, anche primari, ai quali cerchiamo di rispondere, insieme a tantissime organizzazioni sociali del territorio, con prontezza, concretezza e sempre in chiave promozionale.

In questi giorni, infatti, i nostri centralini di segretariato sociale sono stati letteralmente presi d’assalto. In meno di 2 mesi abbiamo ricevuto oltre 3000 richieste di sostegno e aiuto da parte di persone in difficoltà, principalmente a causa della perdita di lavoro per il COVID-19, persone che prima del lockdown, pur facendo i conti con una quotidianità problematica, erano capaci di autosostenersi. Di queste, 1500 sono assistite attraverso la consegna di pacchi e la redistribuzione di eccedenze alimentari, in particolare frutta e verdura recuperate con la nostra buona pratica “il cibo che serve” e circa 1000 accompagnati in percorsi di esigibilità dei diritti, per ottenere contributi e sostegno in questa situazione drammatica.

Dietro i numeri, volti e storie di persone alle prese con incertezze e paure, come la parrucchiera sola con due figli che con l’attività chiusa, dopo aver fatto fronte alle spese fisse per quasi due mesi, a un tratto non è riuscita a mettere più niente in tavola, o come la coppia di giovani genitori con una piccola attività commerciale, chiusa dai primi di marzo, che si sono trovati in condizione di non poter comprare latte e omogenizzati al figlio neonato. Storie che lasciano il segno, storie di briciole di risparmi bruciati che non risparmiano dalla povertà improvvisa.

Ma niente sarà come prima anche per chi un lavoro ce l’ha ancora.

Un’analisi pubblicata dalla Banca d’Italia, presenta una mappa della dimensione di rischio degli occupati italiani[1] in cui influiscono due importanti fattori.

Il primo è la vicinanza fisica alle altre persone ad esempio: settore istruzione, studi odontoiatrici, parrucchieri, centri estetici, bar, alcune attività commerciali e sportive, ma anche i nostri stessi Sportelli con apertura al pubblico.

Il secondo è l’esposizione a malattie e infezioni come per i servizi ospedalieri e l’assistenza residenziale.

Queste realtà stanno già correndo ai ripari con un’impennata di dispositivi di protezione come per esempio le barriere di plexiglass.

Da questo scaturisce uno degli spiragli che si intravedono in questo momento di crisi del lavoro.

A fronte di settori fermi, ce ne sono altri in espansione, legati al mondo della sanità, della logistica, della Grande Distribuzione Organizzata e appunto dei presidi di protezione. Assistiamo al boom di supporti fisici e digitali per favorire il distanziamento e prevenire una nuova ondata di contagi, a quelli che hanno potenziato le telecomunicazioni (tutte le piattaforme per video conferenze ad esempio) e l’intrattenimento a casa. Le recenti indagini di mercato evidenziano picchi nelle vendite on line sia di generi alimentari che di prodotti per il fitness, con le palestre chiuse, ma anche di cartucce per stampanti, con tutti gli studenti e le loro schede per i compiti a casa.

Grande richiesta anche di personale sanitario e parasanitario i “veri eroi di questi giorni”, come li ha definiti Papa Francesco trovandoci, per l’ennesima volta, d’accordo. Lavoratori la cui considerazione non è mai abbastanza, che si sono rivelati preziosissimi, anzi, direi letteralmente vitali durante l’emergenza, a costo della loro stessa vita e molti, purtroppo l’hanno persa per questa battaglia e a loro va la nostra riconoscenza.

Medici, infermieri, O.s.s. e personale del comparto sanitario vario, insieme agli operai nelle fabbriche, ai dipendenti degli esercizi commerciali della filiera alimentare o, ancora, a chi lavora nell’ambito delle pulizie, e a tutto il luminoso e impareggiabile esercito di operatori e volontari delle organizzazioni sociali, tra cui quelli delle ACLI di Roma, che fin dalle prime ore di questa emergenza si sono trovati in prima linea chiamati a fare la propria parte, tutti soggetti peraltro che non possono usufruire dello smartworking, di cui invece si è fatto largo uso per favorire il distanziamento sociale.

Il ricorso al lavoro agile è ormai un processo che va avanti da anni, seppur a rilento[2], ma comunque da molto prima che l’emergenza Coronavirus lo rendesse così necessario.

Questa sperimentazione durante la quarantena, iniziata in gran fretta e in alcuni casi in maniera forzata, ha comunque evidenziato che ci sono molti ambiti lavorativi compatibili con lo smartworking, e quindi è tempo di garantire in maniera organizzata e strutturata una maggiore flessibilità, sia in termini di ore di lavoro che in termini di ambiente.

Da un opportuno utilizzo di questa agile modalità lavorativa possono scaturire notevoli benefici per tutti: per il lavoratore, agevolato nel conciliare vita e lavoro e meno a rischio di stress (su Roma, noi automobilisti perdiamo in media 250 ore all’anno a causa del traffico e se tanti potessero evitarlo ne gioverebbe anche a chi è costretto a recarsi fisicamente sul posto di lavoro); per le nostre città meno trafficate e per l’ambiente meno inquinato; per il datore di lavoro, che beneficerebbe di una riduzione dei costi di gestione degli spazi.

Un altro tema da portare alla ribalta per il 1 maggio riguarda il riconoscimento del lavoro del Terzo Settore, in prima linea anche in questa emergenza ma spesso bistrattato. Un comparto che in Italia produce un fatturato di 67 miliardi di euro, pari al 4,3% del Pil, superiore all’intero settore della moda made in Italy[3].

Basterebbe questo dato a far capire quanto sia un elemento fondamentale e strategico dell’economia di mercato e che per questo necessita di essere sostenuto, ad esempio con la defiscalizzazione degli oneri sociali, almeno per un periodo, e con il riconoscimento del ruolo fondamentale dei volontari.

Chiediamo tutele necessarie anche per il lavoro di cura, completamente dimenticato dai primi provvedimenti del “Cura Italia”, e invece fondamentale per la tenuta del Paese e delle tante famiglie che vi ricorrono, spesso costrette proprio dall’insufficienza del welfare istituzionale.

In questo tempo in cui si stanno acuendo le diseguaglianze sociali e il lavoro rischia di essere sempre più svilito e mercificato, dobbiamo più che mai ripartire dal lavoro dignitoso attraverso una vera e propria Alleanza, un Patto nel segno della sussidiarietà circolare, tra tutti i soggetti sociali interessati a educare al lavoro, contrastare la disoccupazione, l’inoccupazione, il lavoro nero e le forme di precariato, e promuovere, quindi, il lavoro decente quale pilastro fondamentale per la crescita integrale e la tutela della dignità della persona e di tutta la comunità.

Nel nostro piccolo cerchiamo di essere attivi su questo fronte rilanciando il cantiere “Generiamo lavORO” che le ACLI di Roma stanno portando avanti da tre anni insieme alla Pastorale Sociale della Diocesi di Roma e a un cartello di organizzazioni che si ispirano alla Dottrina Sociale della Chiesa[4]. Alla luce di quanto accaduto, per la sua terza edizione il nostro cantiere prevedrà una formazione a distanza permettendo ai giovani di accrescere le competenze trasversali, le così dette soft skills, per affrontare un mercato del lavoro che si annuncia assai duro perché questa grande incertezza inesorabilmente frena le nuove assunzioni.

Niente sarà più come prima dunque, perché l’emergenza COVID-19 è uno spartiacque e sicuramente la ricetta per guardare al futuro del mondo del lavoro con serenità non può prescindere da una formazione continua, dall’innovazione, dalla flessibilità, e dalla tutela della salute del lavoratore e della sua famiglia.

Non bastano gli interventi tampone come i finanziamenti alle imprese promessi dai recenti interventi del Governo, che seppur costituiscono una “boccata” d’ossigeno in un momento di carenza di liquidità per le imprese, rischiano di essere miopi ed improduttivi nel lungo periodo: un malato non ha bisogno solo della medicina che gli allevi per qualche ora i sintomi, ma ha bisogno della terapia che lo aiuti a sconfiggere definitivamente la malattia.

È necessario quindi pensare ad azioni ad ampio raggio che consentano innanzitutto di indirizzare le risorse in funzione del mantenimento e della creazione di posti di lavoro.

La politica dunque ha l’obbligo di dare lo slancio giusto alla rinascita del Paese attraverso interventi lungimiranti che mettano in cima alle priorità il lavoro dignitoso, indispensabile motore di ripartenza del Paese. Anche perché – è bene ribadirlo – più lavoro dignitoso c’è e meno si deve ricorrere a un welfare emergenziale di assistenza.

Solo così questa fase 2 potrà essere ricordata come la fase di rinascita che vedrà l’Italia trasformare un’immensa difficoltà in una occasione generativa e resiliente di miglioramento. 

E “niente sarà più come prima” vorremmo ripeterlo, solo con la certezza che il lavoro sia cambiato in meglio.

QUI IL COMUNICATO STAMPA

[1]Cfr. Fonte: “I lavoratori a rischio in Italia durante l’epidemia da COVID-19, a cura di Gaetano Basso (Banca d’Italia), Teresa Barbieri (INAPP) e Sergio Scicchitano (INAPP), 2020

https://www.bancaditalia.it/media/notizie/2020/basso_et_al_rischi_sitoBdI_06042020_modified.pdf

[2] Le aziende che in Italia utilizzano sistemi cloud per il lavoro da casa sono pari al 22% rispetto al 57% della Finlandia, al 48% della Svezia e al 42% della Danimarca, Paesi leader in Europa, secondo dati Ambrosetti-Adp 2017

[3] secondo una ricerca realizzata da UniCredit Foundation e dall’istituto di ricerca Ipsos – Fonte: https://www.unicreditfoundation.org/it/publications/terzo-settore-italia.html

[4] Cisl di Roma e Rieti, Confcoperative, UCID Roma, Azione Cattolica Roma, MLAC Lazio, MCL Roma e Centro Elis.

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