01/07/2010
Si deve dare ai giovani la possibilità di ripartire. Un esempio concreto: il Servizio Civile
Spesso si sente dire in giro che “l’Italia è un Paese per vecchi”: il dato sull’inattività giovanile – 2 milioni di giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano né lavorano – conferma questa sensazione e ci spinge una volta di più a preoccuparci per il futuro del nostro Paese. Una società i cui giovani non costituiscono il cuore pulsante è davvero una “bomba ad orologeria” da tutti i punti di vista: economico, sociale, politico. E soprattutto spirituale: la mancanza di speranza, per usare parole recenti del cardinale Camillo Ruini, è forse l’essenza della sfida educativa attuale. Una società disperata è una società destinata al suicidio. Ma è difficile immaginare come possa avere speranza chi è tagliato fuori dalla vita comune proprio negli anni in cui le sue forze sono più fresche.
Che fare, di fronte a questo scenario? C’è chi come Delle Foglie (Sussurriegrida del 27 maggio) ha paragonato la situazione attuale a quella tra le due guerre mondiali, dopo la Grande Depressione. A me allora viene in mente di evocare lo scenario del secondo dopoguerra come possibile risposta. Rimboccarsi le maniche e ricostruire. Una pietra dopo l’altra. Com’è noto, quel miracolo fu possibile anche grazie al famoso “piano Marshall”. Va allora pensato un piano giovani su larga scala. Un piano che dia risposte concrete e sia fatto anche di puntelli economici. Ma che sia anzitutto educativo: i giovani non possono e non devono chiedere tutto e subito. Non servono strade in discesa. Ma tracciare percorsi, quello sì, serve. Si devono pensare esperienze realmente formative, salari d’ingresso magari molto bassi, ma progressivi e con incentivi per il merito reale, possibilità di mutui e prestiti anche per chi non ha contratti a tempo indeterminato, “Child trust” e/o assegno per i giovani. Si deve partire con poco. Ma si deve dare la possibilità di partire. Rinunciamo magari a qualche garanzia, ma pretendiamo in cambio molto di più: il futuro. Occorre ragionare in un’ottica di destino, invece che pensare in termini di immediatezza, come tutti i media oggi suggeriscono con campagne quasi ossessive. No a soluzioni tampone, sì a riforme strutturali. La scuola, ad esempio, in perenne stato di precarietà: perché torni a formare i giovani e permetta loro di inserirsi nel mondo del lavoro in modo adeguato alle loro competenze
Un modello concreto: l’esperienza del Servizio Civile. Un anno che può essere di parcheggio, o di investimento: in cui un ragazzo ha la possibilità – se messo nelle giuste condizioni (e questo dovrebbe verificarlo lo Stato) – di imparare moltissimo e di segnalarsi. Di acquisire e mettere a frutto i propri talenti. Se visto in un’ottica temporale statica, è sicuramente troppo tempo pagato troppo poco. Ma se visto in un’ottica di lungo periodo, è un trampolino di lancio. Abbandoniamo l’ottica del tutto e subito. Non piangiamoci addosso. E puntiamo sul domani, l’unico orizzonte in grado di darci speranza. Puntiamo, come hanno fatto tutte le generazioni precedenti, come ha fatto la generazione che uscì dalla guerra, a far sì che non noi, ma i nostri figli stiano meglio e siano felici. Questa è la speranza che ci tiene vivi.
*L'articolo è già stato pubblicato su piuvoce.net
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